La terapia del fulmine. Un reading concerto del Wu Ming Contingent su elettroshock e follia.

da Giap

Poco meno di ottant’anni fa, nell’aprile 1938, anno XVI dell’Era Fascista, il dottor Ugo Cerletti lanciava una corrente a 110 volt attraverso il cervello di un essere umano. Nasceva così l’elettroshock – o elettrourto, come l’avrebbero ribattezzato in tempi d’autarchia. La cavia era “un uomo sulla quarantina, fermato alla stazione ferroviaria mentre s’aggirava sui treni senza biglietto”. Per via del suo “comportamento enigmatico” e del suo “strano linguaggio”, la polizia fascista lo aveva condotto in clinica, dove lo avevano schedato come schizofrenico.
A quei tempi era diffusa l’idea che il coma epilettico fosse una buona cura contro alcune psicosi. I medici lo inducevano con un medicinale, il cardiazol, ma Cerletti era convinto di aver trovato un metodo “più pulito”. L’intuizione gli era venuta visitando il mattatoio di Roma e osservando come i maiali venivano storditi con una pinza elettrica, prima di essere sgozzati.

Ugo Cerletti cura un maiale

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Costantinos Kavafis: Mura

Senza riguardo, senza pudore né pietà,
m’han fabbricato intorno erte, solide mura.

E ora mi dispero, inerte, qua.
Altro non penso: tutto mi rode questa dura sorte.

Avevo da fare tante cose là fuori.
Ma quando fabbricavano fui così assente!

Non ho sentito mai né voci né rumori.
M’hanno escluso dal mondo inavvertitamente.

Due giornate a Manzano: cronaca da un gruppo appartamento negli ultimi anni ’90

sedia.manzanoCompare qui di seguito un intervento – credo inedito visto che lo stesso autore non ne possiede copia – di Pino Roveredo che ringrazio per la concessione alla diffusione e per la disponibilità.
Ho ritrovato questo testo dimenticato tra i pacchi di moduli, plichi, fogli, diari nel gruppo appartamento di Manzano dove Pino passò nella primavera del 1998: la prima dopo la chiusura del manicomio udinese di Sant’Osvaldo.
Sono volati gli anni, passate le persone, cambiati i tempi.
Il triangolo della sedia – all’epoca ruggente locomotiva del ricco Nordest – attraversa da anni una crisi economica forse irreversibile. Simbolicamente la grande sedia costruita per celebrare la locale industria ora cade a pezzi.
Anche i servizi per la salute mentale sono cambiati. All’entusiasmo di fine anni ’90 – che nell’udinese ha significato l’uscita dall’istituzione totale – ora si è sostituita una psichiatria troppo spesso a porte girevoli, con notevoli contraddizioni e miserie e con una forte permanenza di elementi di chiusura.
Nei gruppi appartamento non ci sono quasi più bizzarri vecchietti dalla vita rubata tra le quattro mura di un manicomio, ma in maggior parte ci troviamo persone più o meno giovani e più o meno marginali socialmente. Probabilmente paiono meno rassicuranti: entrano ed escono dai vari servizi socio-sanitari e solo con enormi difficoltà, che come operatori vediamo/viviamo con loro ogni giorno, potranno sperare di trovare una reale emancipazione personale.
Anche noi operatori siamo invecchiati dentro l’istituzione (ché fuori oramai ci sono sempre meno possibilità anche per noi). Forse ci siamo appiattiti sul quotidiano, di certo ci sentiamo frustrati, ma siamo ancora (pressoché gli unici) con speranza accanto alle persone più fragili.
Spero a distanza di tanti anni Pino voglia ripassare a Manzano per vedere se riconosce cosa c’era e se nota ciò che è cambiato.
Ci conto.


DUE GIORNATE A MANZANOPino-Roveredo
Gruppo Appartamento di Manzano
di Pino ROVEREDO

Aprile ’98
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SUL MANICOMIO E L'ESPERIENZA DELLA SCHIZOFRENIA

Il livellamento psichiatrico mette sullo stesso piano i geni e i folli. È un atto innaturale. I medici non sono in grado di capire che cos’è l’uomo, che cos’è l’uomo–Dio che è in noi, l’uomo creatore.
Il male fisico lo capiscono tutti, il male mentale, invece, è lo scacco per l’uomo e la sua scienza

alda merini

che non riesce mai a penetrare appieno i segreti dell’anima.

L’uomo non è nato per soffrire, ma è nato per la felicità. Io sono passata attraverso il tunnel del dolore che in realtà è stata per me una considerazione di ciò che può essere la vita, di ciò che può farti la vita ma anche di quello che noi possiamo fare alla vita. Perché possiamo essere anche noi stessi a mortificarla e a renderla brutta. Quei dieci anni trascorsi in manicomio hanno aperto uno squarcio in me che ho voluto raccontare perché nessuno conosce ciò che accade al di là del muro…
Quanto vuoto fanno i medici per avere in mano il cuore del paziente, ma non è preservandolo dal dolore che lo si guarisce. A volte questo è solo un pretesto per ucciderlo. Perché se l’uomo non sente il dolore non sente né la musica, né la poesia, né la vita e neanche la morte. Non dimentichiamo che moriremo tutti, però prima la vita va vissuta con gioia ed occorre capire che la poesia fa parte della vita e anche della morte e che è un grande rischio. Il poeta rischia molto e sempre al limite, è sempre sul filo del rasoio ma lo fa per insegnarci la felicità, la felicità per la vita che è in ognuno di noi.
La sopportazione mia del manicomio è stata dovuta alla mia religiosità, all’obbedienza, all’accettazione dei fatti divini della vita.
Io depreco quelli che vogliono soffrire più degli altri perché questo lo considero una colpa e un reato.
probabilmente pensano che attraverso la sofferenza si raggiunga la poesia…
Ed è lì lo scorno e l’offesa. Non è vero! Perché attraverso la sofferenza si raggiunge o la morte o l’abbandono
Alda Merini