Donne in manicomio nel fascismo

su RAIstoria

Partendo dalla mostra “I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista”, allestita alla Casa della memoria di Roma, la professoressa Vinzia Fiorino narra le storie delle tante donne che hanno vissuto la terribile esperienza del manicomio dalla fine dell’ottocento alla caduta del regime. Lo fa nel nuovo appuntamento con “Il tempo e la Storia”, il programma di Rai Cultura condotto da Michela Ponzani,  in onda venerdì 28 ottobre alle 13.15 su Rai3 e alle 20.30 su Rai Storia. Il racconto si snoda attraverso le lettere, le fotografie e le cartelle cliniche delle donne ricoverate nel manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo. Un modo per riflettere, attraverso le storie individuali, su come per tanti anni la società italiana ha guardato alla malattia mentale.

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Pazza idea. Genere, salute mentale, controllo

Uscito Zapruder n. 41 (set-dic 2016)zapruder_copertina-41

«Pericoloso per sé, per gli altri e di pubblico scandalo»: questo il criterio guida, in Italia, per l’internamento degli «anormali» sin dalle disposizioni sui manicomi e sugli alienati presenti nella legge 36 del 1904. La legge 180 del 1978 – più nota, seppur impropriamente, come “legge Basaglia” – si configurò come un punto di passaggio, e non di arrivo, all’interno di un cammino avviato durante la “stagione dei movimenti”, quando si iniziarono a immaginare risposte altre alle sofferenze di donne e uomini, e in diverse città soggetti diversi (psichiatri, infermieri, familiari, operatori sociali, politici) svilupparono un ampio dibattito sulla questione della psichiatria, denunciando a gran voce il carattere segregante e discriminatorio dell’istituzione manicomiale, e si cercarono collettivamente vie nuove per il superamento degli ospedali psichiatrici. E apparve chiaro fin da subito che per distruggere il manicomio, occorreva prima di tutto rovesciare la prospettiva tradizionale, porsi dal punto di vista degli internati e scoprire la disumanità e la sostanziale inutilità di ciò che veniva presentato come cura e riabilitazione. Ciò che veniva condannato era un sistema di fatto carcerario, quello degli ospedali psichiatrici provinciali, che prometteva di guarire patologie come se si fosse stati in un ospedale “comune” ma che di fatto da un paio di secoli (per limitarci ad una prospettiva “eurocentrica”) cercava di risolvere il problema della marginalità e della follia ponendo folli e marginali oltre i confini della società “buona”. Continue reading